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  • cosimocarovanicello

A Passo di Danza

Aggiornato il: 12 apr 2020

note di sala del concerto del 2 maggio 2018


ASTURIANA Por ver si me consolaba, Arrimóme a un pino verde Por ver si me consolaba, Y el pino, como era verde, Por verme llorar, lloraba. ASTURIANA Per vedere se mi consolava m'accostai a un pino verde: e il pino, com'era verde, piangeva, vedendomi piangere. Ritualità e musica sono due elementi che fin dall'inizio dei tempi sono stati imprescindibili l'uno dall'altro. In questo connubio, la danza si pone come espressione dionisiaca di un popolo, traduzione del sentimento in gesti, una materializzazione dello spirito evocato dalle note. Questo programma cerca quindi di evocare quella spiritualità quasi magica, che solo l'unione delle due arti, può creare. Inizia questo viaggio con la Suite Popolare Spagnola, che trova le sue radici nella raccolta scritta nel 1914 da Manuel de Falla delle “Sette canzoni popolari spagnole”: un opera che definisce un importante punto di riferimento per il compositore in quanto segnano l'utilizzo del folclore musicale della sua terra, secondo un processo di reinvenzione del canto popolare, e in particolare della danza. In nessun luogo come in Spagna, canto – come estensione della musica- e danza sono stati così fortemente legati e come scrive il compositore in un articolo apparso sulla rivista “Mùsica” : “... in una canzone popolare lo spirito è più importante della lettera. Il ritmo, il modo e gli intervalli melodici sono la cosa principale, com'è dimostrato dal popolo con la trasformazione continua della linea melodica. Ma c'è di più: l'accompagnamento ritmico o armonico è importante almeno quanto la canzone stessa, e quindi bisogna ispirarsi in questo direttamente al popolo; chi la pensa diversamente con il suo lavoro non farà altro che un centone più o meno arguto di quello che vorrebbe realizzare nella realtà”. I moduli tematici sono tipicamente andalusi, con altri delle Asturie e dell'Aragona e con questi de Falla ricerca un riscatto del folclore e delle tradizioni, che si concretizzano nella riscrittura di questo brano in forma di Suite affidando alla sensulità del violoncello la voce umana, e ai sui pizzicati e virtuosismi echi di chitarre flamenco e passi di danza. Quando la danza spagnola si sposa oltre oceano, perde i sui influssi arabi e li rimpiazza, o meglio gli enfattizza, colorando la musica con una sanguigna malinconia. Insieme al Tango Nuevo “Oblivion”, con il suo carattere intenso, introspettivo e struggente, si unisce uno dei brani del repertorio violoncellistico ispirato dal grande violoncellista Rostropovich. “Le Grand Tango”, a lui dedicato, e originariamente scritto per il classico organico, violoncello e pianoforte, è un altro tentativo di “nobilitare” il folclore nazionale, ripensandolo con una forma più classica: si aggiunge così alla lunga lista di danze scritte nei secoli precedenti anche il Tango, una nuova forma di musica che ben presto prenderà il suo meritato posto accanto alla siciliana, la sarabanda e i minuetti. Scritto nel 1982, e pubblicato a Parigi utilizzano così un titolo francese, fu eseguito nel 1990 da Mistislav Rostropovich a New Orleans. Nella sua forma tripartita, tipica dei Tango di Piazzolla, ricerca una nuova forma di contrappunto e di dialogo tra il violoncello e il pianoforte, utilizzando sincopazioni jazzistiche, e armonie argentine, donando non solo al musicista classico una nuova prospettiva sonora e ritmica, ma riuscendo a “descrivere” in maniera magistrale lo scambio sensuale di sguardi, gesti e passione tipiche della danza argentina del Tango Nuevo.

Questa “nobilitazione” del materiale popolare prettamente laico, si configura certamente come un fenomento diffuso, portato avanti storicamente dalle scuole Nazionali, princpalemente dell'est Europa, ma anche da gran parte dei compositori della fin du Siecle. De Falla, Ravel, Debussy, Dvorak, Stravinskij e molti altri ricorrono a questa infinita miniera d'oro, ma certo è che Bartok più di loro cerca di studiare approfonditamente queste radici, partendo da un processo di accademizzazione, ricerca, collezione per poi destrutturare portando questo background a un nuovo livello espressivo di ricerca ed estetica. Le “Danze Rumene” (Román népi táncok )sono uno dei suoi punti di partenza. Anche in questo caso, una suite di sette danze, elaborata e scritta nel 1915, originariamente per pianoforte e poi successivamente adattate a piccola orchestra. Ogni danza è basata su una scala modale tipica delle danze tradizionali. Dal modo Dorico, fino a Misolidio con influenze arabe arrivando al comitato della Torda-Aranyos, oggi Turda. Atmosfere arcaiche e antiche, conservatesi nel tempo attraverso i secoli, per poi tornare alla luce grazie a questo processo di ricerca e riscoperta delle proprie radici.


Un processo simile a quello che inspirò la St. Paul' Suite (op. 29 n. 2) di Gustav Holst. Scritta nel 1912 e poi successivamente pubblicata post revisione dieci anni dopo, prende il nome dalla St. Paul “Girl” School, istituto londinese presso quale Holst fu direttore musicale per ventinove anni. Scritta per i suoi studenti, è in quattro movimenti: una Jig irlandese tipica per la sua alternanza di sei ottavi e nove ottavi, un Ostinato, un intermezzo che aveva come titolo nel manoscritto “Dance”, e si conclude con una fantasia dal canto popolare “Dargason”, che viene accompagnata dal celeberrimo tema di “Greensleves”, sovrapponendosi ad esso, creando così un effetto quasi stereofonico di due canti distinti come intonati in una festa di paese, dove in piazza gruppi di ballerini si sfidano a tempo di danza. Accanto a queste raccolte, una piccolo omaggio all'Italia con i Ballabili del Gattopardo di Rota, un affresco della musica da salone capace di commentare la cellulosa immortale di Luchino Visconti, e che sono diventatati emblematici per lo stile e le melodie. Accanto a Valzer degli Strauß, non solo non fanno brutta figura, ma riescono a rendere attuale una danza di quasi un secolo fa.

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